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| Più noto per la sua smania di ricerca in opere di ardite bizzarrie, Antonelli sembra quasi esprimere se stesso nel monumento più celebre di Torino, la Mole, da lui detta Mole Antonelliana. Secondogenito di una famiglia patriarcale, compì gli studi a Milano, il ginnasio e poi il liceo, seguendo al contempo lo studio del disegno all'accademia di Brera. A Torino fu affascinato dal Bonsignore, progettista della Gran Madre di Dio. Nel 1828, a Roma, rimase affascinato dalle rimembranze archeologiche, soprattutto dei Fori. Per raggiungere la futura capitale d'Italia aveva vinto una borsa di studio di 1200 lire per ogni anno di permanenza.
Allora ebbe l'intuizione di rivoluzionare piazza Castello e rifarla ex-novo. Ne fu impedito dalla reazione che ottenne. Un'idea da respingere, inattuabile anche quando Carlo Alberto, salito al trono, ebbe una ventata di novità e di intraprendenza sotto l'aspetto urbanistico.
Strenuamente conservatrice, soprattutto per le cose di tradizionale valore a cui è da sempre legata, Torino reagì. Il nome dell'Antonelli è legato, oltre che alla Mole, ad altri edifici, fra cui la cupola di San Gaudenzio a Novara.
Torino è sempre stata gelosa custode delle stravaganze architettoniche dell'architetto, considerandoli cimeli da preservare da quegli sconvolgimenti urbanistici sempre più frequenti. Nel quartiere di Borgo Vanchiglia, ed è qui che Antonelli si è dato maggiormente da fare, c'è il palazzotto del Caffè del Progresso, proposto all'architetto dal marchese Carlo Emanuele Birago di Vische, il quale avrebbe avuto in mente una casa placida e rispettabile: due piani, con salette biliardo e bar sottosuolo, che potesse ospitare patrioti. Il che voleva dire carbonari. In corso San Maurizio, l'Antonelli tracciò il progetto e lasciò ad altri l'esecuzione. Sorse così i caffè dove si incontrarono le celebrità del Risorgimento. Se la polizia vi faceva irruzione, gli avventori si precipitavano in cantina, dove una botola portava negli infernotti. Uno piuttosto stretto, chiuso da tempo, conduceva al Po, lungo i murazzi. Un altro, di cui si fantastica ancora, costituiva forse una strada segreta per arrivare sino a Palazzo Madama.
Per molti decenni la casa fu di proprietà del garibaldino Alessandro Dalmazzo, che ne ebbe cura, conservando ogni cosa come allora, mostrando la poltrona preferita da Crispi e la tazzina per il caffè usata da Cavour. Quattro anni dopo la sua morte, la vedova si trovò a chiudere il locale.
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